MOSTRE TEMPORANEE

MESSINA DA CAPITALE DELLA SICILIA A CITTÀ METROPOLITANA

Questa Mostra racconta storie, attraverso un mosaico di immagini, per scoprire sfaccettature del passato di Messina. La MOSTRA realizzata dal Kiwanis Club Messina per manifestare un segno tangibile di appartenenza, proposta per le feste natalizie 2017 nell’area destinata alle Mostre temporanee di questo Museo di Messina nel Novecento, per entrare poi a far parte delle sue collezioni permanenti.
La Mostra raccoglie una scrupolosa selezione fra la miriade di fotografie che un generoso collezionista ha reso disponibili. Ne emerge l’immagine di due città differenti. Non meraviglia: leggiamo, difatti, in una bella pagina del romanzo “Le città invisibili” di Italo Calvino, che «talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro».
Se questo è vero anche per Messina, è perché la città, mutando la propria identità - perché l’identità si evolve nel tempo, benché ordinariamente si pensi il contrario - ha subito molte cesure. Cesure fisiche operate dagli sconvolgimenti tellurici, ma soprattutto cesure nella trasmissione dei valori che si tramandano da generazione a generazione. Mostre come questa servono a rimbastire il tessuto lacerato, raccontando, da una parte la Storia nei secoli che pregevolmente Caterina Ciolino ha sintetizzato in una apposita sezione della Mostra, dall’altra le storie frammentarie che emergono dai testi, dalle stampe e dalla raccolta fotografica che Sergio
Bertolami e Giovanni Molonia hanno incollato su di un ipotetico album le cui pagine - come dice Antonio Virgilio che ne ha organizzato l’immagine complessiva in pannelli - sono oggi affisse alla parete.

Queste storie evidenziano non una sola Messina, ma città differenti. C’è la Messina prima del terremoto del 1908, la quale era già la stratificazione dei terremoti passati. C’è la Messina della ricostruzione, dopo che quasi tutto l’edificato è stato raso al suolo il 28 dicembre 1908, non soltanto dalla furia della natura, ma anche dalla dinamite quando si passò alla ricostruzione secondo le linee del piano Borzì.
Per comprenderlo basta guardare la Palazzata di Minutoli, che dal 1803 sostituì quella di Gullì, edificata a partire dal 1622 e devastata nel 1783. Come si evince dalle immagini, La Palazzata di Minutoli era esteriormente intatta nel 1908. Tuttavia, la
sensibilità dell’epoca non possedeva ancora le capacità tecniche per poterla mantenere. Lo stesso concetto di “conservazione architettonica” non era stato ancora ideato.
Le immagini dimostrano lo stato di fatto del Porto nei giorni seguenti il terremoto. L’acqua ricopre le banchine e ha divelto illuminazione e strutture di servizio. Il fronte della Palazzata appare integro, ma nonostante potesse essere recuperato fu
abbattuto a colpi di dinamite. Mancavano le tecnologie per un intervento di ripristino e soprattutto la sensibilità culturale che si svilupperà a partire dagli anni Trenta, quando si elaboreranno una serie di documenti di primaria importanza: la Carta del restauro di Atene (1931), cui seguì la Carta italiana del restauro redatta nel 1932 dal Consiglio superiore per le Antichità e Belle Arti. Nel settore della progettazione non si erano ancora focalizzati i principi fondamentali sulla città moderna, concepiti nel IV° Congresso internazionale di architettura moderna (CIAM) svoltosi nel 1933.
Tuttavia, non esiste solo una Messina prima e una Messina dopo il terremoto. Le immagini focalizzano il problema: stiamo perdendo anche la Messina ricostruita agli inizi del Novecento.
Il monumentale Palazzo dei Telamoni, ad esempio, sorgeva tra le vie Garibaldi e Centonze, prospettando sull’attuale piazza Fulci che prosegue per via dei Verdi. L’opera eclettica in stile manieristico, progettata dall’ingegnere messinese Augusto
Potestà per la famiglia Beninati, fu eretta nel 1933. Il paramento, in bugnato rustico al primo ordine e liscio al secondo, presentava la caratteristica soluzione degli angoli arrotondati e decorati con possenti Telamoni, corrispondenti maschili delle cariatidi,
che - come Atlante nella mitologia greca sostiene i pilastri del cielo - qui concludono il coronamento della terrazza. L’edificio fu distrutto il 30 aprile 1975, per far posto all’attuale moderno fabbricato.
Molte delle strutture edilizie che traggono origine nei primi decenni post-terremoto ricadono nelle norme di salvaguardia del PRG. Pur tuttavia - ne sono testimonianza le immagini in Mostra - molti palazzi storici sono stati demoliti per fare posto
all’edilizia di sostituzione, ben più remunerativa. Un problema, ancora oggi, non scongiurato. A ben considerare, su ogni pannello esposto e descritto dalle didascalie, si potrebbe intrecciare un intero tessuto narrativo in relazione alle vicende del tessuto urbano.
Ciò a partire da quanto era stato già progettato prima del sisma. Come nel caso del viale San Martino. Una immagine della seconda metà degli anni Sessanta evidenzia l’asse del viale che raggiunge ininterrotto il mare. Distinguibili sono anche le alberature della piazza Dante, polmone verde che a differenza di oggi si ripartisce ai due lati del grande rettilineo stradale.
Il viale S. Martino appartiene, più di quanto si creda, alla città ottocentesca. Dopo il 1860 si incominciò, infatti, a sentire il bisogno di uno sviluppo in direzione Sud, considerando sia il Piano di Terranova che gli orti della Mosella quali aree di crescita per nuovi quartieri. Il Piano Regolatore, approvato il 6 febbraio 1869, prevedeva già come asse principale il viale, che partendo dalla Palazzata, con unico rettifilo, si sarebbe congiunto con la via Provinciale, oltre il Gran Camposanto. L’iniziale larghezza era di 20 metri, portata a 30 metri dopo il 1879. Al momento del terremoto i nuovi quartieri, popolati da case per civile abitazione, si trovavano al limite tra via S. Cecilia e il torrente Zaera. Con la ricostruzione le rimanenti aree meno urbanizzate servirono per allocarvi abitazioni economiche e popolari, cooperative per impiegati di Stato, militari, ferrovieri. Furono in gran parte edificate,
fino a Provinciale, lungo il viale San Martino e nelle strade parallele, che compattarono la maglia urbana di espansione.
Ci si potrebbe soffermare su ogni scatto esposto in Mostra. Sul viale San Martino uno degli alberghi più rinomati era, per esempio, il Grand Hôtel, che non solo ospitava i visitatori di passaggio, ma si apriva anche a pubbliche manifestazioni come le eleganti sfilate di moda. È facile dunque comprendere che l’asse viario del viale San Martino costituisce l'arteria nevralgica che taglia l’intero piano sud e si conclude col porto. Snodo che immette sul corso Garibaldi è piazza Cairoli. Sul corso Garibaldi troviamo i grandi Palazzi pubblici. 
L’intervento fu realizzato dal deputato cattolico Giuseppe Micheli (parmense di 32 anni). Questo nucleo, formato inizialmente di sette costruzioni per i servizi essenziali, è ricordato come “Michelopoli”. Il dono del Kaiser Guglielmo II° fu la provvisoria Cattedrale. Piazza Cairoli è anche un cuore sociale e culturale. Nel primo dopoguerra, con lo spazio destinato a passeggio tra gli alberi da poco piantumati, la piazza è ormai il centro della neo-città. Tra l’angolo col viale S. Martino e quello sulla via Giordano
Bruno spicca la copertura vetrata del “Gran Caffè-concerto Irrera” con i tavolini al coperto e con i tavolini all’aperto all’angolo Sud della stessa piazza. Nel biennio che va dal febbraio del 1929 al marzo del 1931 il locale assurge alla dignità di caffè letterario nazionale, meta degli incontri domenicali fra il poeta Salvatore Quasimodo, all’epoca funzionario del Genio Civile, e Salvatore Pugliatti, brillantissimo avvocato non ancora trentenne che diverrà rettore dell’Ateneo peloritano. Si parlava di letteratura, si commentavano cronache e critiche letterarie, si leggevano poesie. Nel secondo dopoguerra gli incontri culturali ripresero corpo
soprattutto nella Libreria dell’OSPE.
Piazza Cairoli, poco prima del secondo conflitto, è luogo centrale della città anche per il sistema tranviario. A partire dal 1936 sono in servizio sette linee urbane, tutte passanti per piazza Cairoli. Qui è anche ubicato il capolinea per piazza XX Settembre,
che serviva la via Tommaso Cannizzaro. Nel secondo dopoguerra, gli autobus integreranno sempre più il servizio dei trasporti urbani. Nelle immagini non sono più presenti i binari dei tram, poiché gli autobus li hanno sostituiti, per tornare in auge soltanto in questi ultimi anni. Come si vede, la piazza si evolve, palpita, si trasforma. Una città non rimane mai uguale a sé stessa, quando è un organismo vitale. Potremmo dilungarci ancora, di storia in storia, annodando il filo rosso della memoria.

Il Museo di Messina nel Novecento potrebbe diventare un luogo dove raccontare tali storie.
La Mostra Messina da Capitale della Sicilia a Città Metropolitana fornisce il suo contributo.

20180308_18290520170531_170040